Finanziare la ricerca premiando il merito
Monday, December 7th, 2009Sabato 5 dicembre sono stata al cinema Arsenale di Pisa, a un dibattito sul tema “Lo sviluppo di Pisa nel Futuro della Toscana”. C’erano il Direttore della Scuola Normale Salvatore Settis, Fabiana Angiolini, consigliere uscente e candidata alle primarie per il consiglio regionale della Toscana, gli ex-sindaci della città Piero Floriani e Paolo Fontanelli, e il sindaco attuale, Marco Filippeschi.
Di solito non scrivo di politica, ma l’intervento di Settis ha toccato un punto molto importante che con questo blog ha molto a che fare. Parlando di sviluppo e ricerca, Settis ha infatti menzionato i progetti di finanziamento alla ricerca della Regione Toscana, lamentando in particolare il metodo di ripartizione delle risorse, che ha seguito la logica della spartizione tra aree geografiche e poi tra Atenei a scapito del merito delle e nelle Università. Per contrasto, ha ricordato i progetti europei finanziati dall’ERC, che hanno visto premiata la ricerca italiana al di là di logiche spartitorie.
Non ho guardato i risultati dei POR-FSE toscani, ma credo a quanto dice Settis. Vorrei anzi approfondire quel ragionamento, nell’auspicio che la regione stessa si doti di mezzi per finanziare ricerca e sviluppo sul territorio più efficaci.
I bandi POR-FSE del 2009 erano stati presentati dall’assessore Baronti come una risposta alle richieste dell’Onda dello scorso autunno, e in particolare dei ricercatori precari. Chiedevamo in sostanza che la regione, in risposta ai tagli previsti dal governo per il triennio 2009-2012, contribuisse finanziariamente alla ricerca. Per questo, non appena uscito il bando l’ho studiato attentamente. Ho visto però chiaramente che diversi requisiti rendono pressoché impossibile partecipare a una come me. Quali?
- In primo luogo, sono progetti molto “ricchi”, che si aggirano attorno ai 5 milioni di euro. Ora, se è vero che sono un’umanista sui generis (per esempio, mi piacciono i computer), la mia ricerca non può costare così tanto. In altri termini, gran parte delle Scienze umane e sociali sono tagliate fuori.
- In secondo luogo, i progetti devono essere presentati da un’università e due aziende. La ricaduta pratica dei risultati, dunque, dev’essere evidente. In questo modo, tutta la cosiddetta ricerca di base è tagliata fuori, anche nelle discipline scientifiche. Via un’altra fetta di potenziali partecipanti.
- In terzo luogo, così congegnato il bando è molto rischioso per un ricercatore precario. Infatti, il richiedente è l’università consorziata con le due aziende; ed è l’università che poi, se lo vince, bandirà gli eventuali contratti a tempo determinato per arruolare il precario, anche se è colui che ha scritto il progetto. In questo modo, il ricercatore non strutturato perde completamente il controllo sui processi decisionali che si attivano appena il progetto è approvato.
I progetti ERC Ideas (io ho partecipato agli Starting Independent Research Grant) sono strutturati in modo completamente diverso.
- Primo, la soglia massima di finanziamento è 2 milioni di euro per cinque anni di durata del progetto, ed è consentito e consigliato richiedere meno.
- Secondo, è il ricercatore a presentare il progetto in prima persona. Il Principal Investigator, così definito nella call, può decidere se includere altri soggetti nel progetto, ma è chiaramente richiesto che la ricerca non si svolga “sotto l’ala” di un docente di riferimento - il grant nasce per rendere indipendente un ricercatore giovane, e l’unica base su cui viene attribuito è l’eccellenza.
- Terzo, come forma di garanzia a tutela dell’autonomia del vincitore, il progetto è “portabile”, vale a dire che qualora il ricercatore dovesse verificare che la hosting institution che lo sta ospitando non è in grado di garantirgli le condizioni migliori per lo svolgimento della sua ricerca, può trasferirsi presso un’altra istituzione portandosi via il suo finanziamento.
- In ultimo, la qualità dei risultati è verificabile: tutti i risultati prodotti grazie alle ricerche finanziate dall’ERC, dunque con fondi pubblici, devono essere resi gratuitamente accessibili a tutti, tramite il deposito in archivi digitali open access.
E’ facile vedere come a queste due differenti modalità di erogazione di finanziamenti alla ricerca corrispondono modelli di produzione, comunicazione e disseminazione del sapere assai diversi.
Il primo è un modello chiuso, accessibile a una sola parte del mondo accademico e che investe principalmente nella ricerca applicata. La politica detta l’agenda al mondo della ricerca, indicando quali sono le aree importanti di sviluppo per il territorio, le sue aziende, le sue università. E’ un modello di sviluppo dall’alto verso il basso, che non altera il sistema tradizionale di comunicazione della scienza, e il sistema di potere ad esso sotteso.
Il secondo, all’opposto, investe sulla libertà di ricerca, ed è orientato a finanziare buone idee, cioè la cosiddetta ricerca di base di ricercatori giovani (che abbiano il titolo di dottore di ricerca da più di tre anni e meno di otto). E’ un modello aperto, sia in ingresso (l’unico requisito è quello che ho ricordato sopra), sia in uscita (tutti i risultati prodotti sono accessibili a tutti). E si basa sullo stesso modello di finanziamento alla ricerca adottato dagli Stati Uniti dopo il 1945, e suggerito nel Report di Vannevar Bush al presidente Truman, che su questo blog ho già citato, che ha portato alla nascita di Internet, ad esempio. Senza essere sovversivo, è un modo di pensare alla ricerca e allo sviluppo più equo e più lungimirante del primo; e, lo si può dire, funziona.
Quando la Regione Toscana dovrà decidere sugli investimenti alla ricerca, mi auguro che, in futuro, lo faccia anche con modalità analoghe a quelle dell’ERC e dei programmi quadro europei. Contribuirebbe ad avviare una piccola rivoluzione nel modo in cui si fa la scienza, la si comunica e la si valuta, con importanti ricadute anche sul suo territorio.