La natura del libro (2)

Vale la pena leggere Vino vecchio in otri nuovi. La letteratura scientifica nell’era dell’e-book di Giuseppe Regalzi. L’articolo (pubblicato nel 2002 e che di recente mi è stato gentilmente segnalato da Regalzi), ha al centro gli effetti che la transizione all’editoria (accademica) digitale produce nella ricerca in scienze umane. La natura del libro, si afferma nell’articolo, non sarà oggetto di una rivoluzione; e tuttavia, si produrranno importanti cambiamenti le cui conseguenze indirette porteranno a radicali trasformazioni nella comunicazione scientifica nelle scienze umane.

Il primo elemento in grado di modificare il sistema di comunicazione scientifica è costituito da due fatti: che “il costo marginale di un e-book distribuito in rete (cioè il costo che si sostiene per produrne una copia in più) è a tutti gli effetti pratici uguale a zero; e [che] copiare un file è tecnicamente alla portata di ciascuno”. Se l’accoppiata di questi due fattori preoccupa gli editori commerciali, incontra al contrario l’interesse dei ricercatori, il cui scopo principale non è massimizzare il profitto, bensì la diffusione dei propri testi. Nel nuovo sistema, dunque, l’architettura del mezzo e la vocazione dei ricercatori convergono e producono importanti sinergie. E’ il caso, ad esempio, del movimento open access, che rivendica la necessità di un sistema aperto di diffusione dei risultati - aperto ai ricercatori e soprattutto al pubblico dei lettori, il quale paga buona parte della ricerca (la quasi totalità di quella in scienze umane). Regalzi sottolinea acutamente che la sensibilità nei confronti del problema dell’accesso alla ricerca è maggiore laddove il sistema accademico si basa su una forte mobilità dei ricercatori e su criteri di valutazione aperti (pubblici e trasparenti); su elementi, cioè, che rendono vantaggiosa la disseminazione dei risultati e per cui è essenziale la pubblicità dell’informazione. E’ ad esempio il caso del mondo accademico anglosassone. La stessa sensibilità non si riscontra in Italia, dove il sistema di valutazione (valido in primis nel reclutamento e negli avanzamenti di carriera i cui meccanismi sono descritti altrove con chiarezza) non si basa su criteri omogenei, né pubblici (perlomeno nelle scienze umane).

Altri elementi di cambiamento derivano dalla natura del “contenitore”, vale a dire dal mezzo di comunicazione che si utilizza. Il libro troverà una sua destinazione, secondo Regalzi, nella forma digitale; tuttavia, la rete permette la creazione di strumenti la cui funzione è complementare a quella del libro, sia tradizionale, sia elettronico. Sul fatto che il libro non sia destinato a sparire, ho qualche dubbio. L’affermazione di McLuhan “il mezzo è il messaggio” non è uno slogan. L’architettura della rete e del Web stanno trasformando il messaggio, e credo fermamente che il passaggio dal testo all’ipertesto avrà importanti conseguenze sui formati della produzione scientifica del futuro. Ciò vale anche per altre pubblicazioni, ad esempio le riviste. La natura dell’ipertesto ha favorito la nascita di strumenti di creazione e di pubblicazione come i wiki e i blog che, presumibilmente, potranno sostituire le riviste scientifiche (e certamente saranno in grado di farlo i programmi del futuro). Il ricercatore del presente può essere l’editore di se stesso ed essere valutato, ex post, sia tramite il peer review tradizionale (da cosiddetti “overlay journal”), sia, ancora meglio, attraverso procedure di soft peer review.

Memex, la macchina progettata da Vannevar Bush

Sono dunque d’accordo con Regalzi quando afferma che la rivista tradizionale non è indispensabile alla comunicazione scientifica e che probabilmente sparirà. Non credo, tuttavia, che l’idea di una “pubblicazione strutturata (delle ipotesi) della ricerca”, che l’autore propone in conclusione del suo articolo, sia la soluzione al problema di avere sistemi più efficienti per reperire l’informazione e per renderla visibile, certamente non sulla rete. I limiti di un modello di pubblicazione strutturata sono stati discussi da Vannevar Bush, che ha anticipato l’invenzione del Web affermando che un sistema di catalogazione e di selezione (quindi anche: di ricerca dell’informazione) efficiente non dovesse basarsi su indicizzazioni (indipendentemente dalle categorie utilizzate), ma sulla libera associazione del pensiero. La stessa idea è stata espressa da Tim Berners-Lee, che ha affermato: “la conoscenza umana non è un albero, ma una ragnatela (Web)”. La possibilità di collegare (linkare) tutto a tutto, deriva da questo principio architettonico.

E’ certo invece, e anche su questo concordo con Regalzi, che il web possa semplificare, e in parte trasformare, molte attività che l’umanista svolge nel suo lavoro. Di alcune ho già parlato, di altre in futuri post, spero.

One Response to “La natura del libro (2)”

  1. “Ma tu quante monografie hai scritto?” « Minima Academica Says:

    […] per rendere concreto un concetto astratto, si consideri questo […]

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