Brava Benedetta!

December 10th, 2009

Ho letto anch’io la lettera del 30 novembre 2009 di Pier Luigi Celli, direttore della Luiss, al figlio. “Figlio mio, lascia questo paese” in rete si è poi svelata essere una fictio letteraria per pubblicizzare il suo ultimo libro in uscita. Che volesse esserlo o meno, nel leggerla ho provato molto fastidio.

Per il tono retorico, in primo luogo. Nella visione tragica e pessimista di Celli, sono la sofferenza per la situazione del nostro paese assieme all’ammirazione verso quei  giovani che si trovano, oggi, nell’età delle scelte (”amarezza” e “sofferenza” sono termini ricorrenti al pari dei “bravo” e “non te lo meriti”, rivolti al figlio) a permeare il messaggio.

Ma ancora di più, per l’abilità con cui Celli, grazie allo stratagemma retorico, si fa spettatore (triste, disilluso ma appunto spettatore) e non si riconosce un attore in quei processi che, a suo dire, hanno reso l’Italia “un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio”.

Un’auto-accusa come quella del direttore della Luiss vorrebbe come conseguenza logica la sua dimissioni, e l’inizio di un processo in cui, chi si riconosce incapace di occuparsi delle cose comuni, tornasse ad occuparsi di quelle private.

Tra le molte reazioni alla lettera, mi ha colpito quella di Benedetta Tobagi (”Ma i padri non devono invitare alla fuga“, repubblica del 2 dicembre). Benedetta Tobagi osserva come la lettera, mascherata dietro l’espediente retorico della lettera al figlio, “si lanci in doglianze dure, ma generiche, sui mali italiani”; in molti ci saremmo invece aspettati  fatti,  dati, nomi, e il suo impegno per cercare di rinnovare la classe dirigente, i modi di reclutamento, il sistema università del Paese.

Ma la Tobagi riconosce nella forma della lamentatio privata, rivolta all’interesse individuale del figlio (”va’, via, scappa”) un’altra lacuna, ancora più grave. Il messaggio del padre non è rivolto all’interesse comune, del Paese appunto, ma all’interesse privato dell’individuo, il figlio, con in mente una sola alternativa: “rassegnarsi allo schifo o scappare e salvare se stessi”.

Tuttavia non è così. E’ possibile restare cercando di cambiare le cose, e la Tobagi fa molti esempi nella coda del suo articolo. Perché l’onestà, l’onore, il rispetto di sé e dell’altro, far bene il proprio lavoro, non accettare corruzione e intimidazione, non sono passioni morte, e sono passioni che i padri dovrebbero cercare di trasmettere ai figli (e alcuni, per fortuna, lo hanno fatto e lo fanno).

Anch’io, come Benedetta, sono indignata, ma voglio continuare a vivere in Italia, possibilmente andando all’estero spesso, per trovare quello che qui non c’è, ma anche per seminare nel mio Paese. Brava Benedetta; e no, caro Celli, non ce ne andiamo.

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