Comunità scientifiche aperte?

April 27th, 2008

Sono da poco rientrata da Oxford. Lì si è svolto un workshop europeo organizzato dalla Maison Française e dall’Oxford Internet Intitute (con il supporto dell’azione COST A32: “Open Scholarly Communities on the Web”).

Lo scopo dell’incontro, a cui ha partecipato una ventina circa di studiosi (accademici di diversi paesi d’Europa, alcune bibliotecarie-biblioteconome e un piccolo editore), era quello di analizzare il contesto giuridico, economico e sociale in cui nascono e vivono le comunità scientifiche tradizionali e quelle sul Web, e di proporre possibili modelli organizzativi per “comunità scientifiche aperte online”. Per quelle comunità che fanno di Internet e del Web il loro ambiente di ricerca e di pubblicazione.

 Devo dire che ho imparato molte cose e che, nella discussione che è seguita ai numerosi interventi, mi sono divertita. Parlando con gli altri, non soltanto durante il workshop ma anche nei verdi e umidi vialetti oxoniensi che collegano l’albergo alla Maison Française, e poi al Wolfson College, durante la piacevole cena, mi sono venute nuove idee.

Spunti che vorrei approfondire, e che mi piacerebbe discutere ancora in una comunità scientifica aperta, non soltanto virtuale.

Tornata a casa, mi sono soffermata a riflettere proprio su questo. Su ciò che significa vivere in comunità “chiuse”: reti di persone “scollegate”, in cui ci sono pochi canali di comunicazione. (Ne sono un esempio molte delle nostre università, in cui difficilmente sappiamo che cosa studia il nostro vicino di stanza, che cosa abbia letto di recente, cosa gli sia piaciuto e cosa no: viviamo in istituzioni al cui interno siamo in grado di attivare canali di comunicazione e di scambio molto deboli e intermittenti.)

Il Web permette oggi a un accademico qualunque che ne abbia voglia, di creare nuovi spazi di discussione, di entrare in gruppi di ricerca, di condividere pensieri e risultati. Abbiamo a disposizione i mezzi, e imparare ad usarli è molto facile. Basta cominciare a farlo.

Ma l’esperienza oxoniense mi ha insegnato qualcosa in più. Che condividere questa speranza e questa pratica, rende più facile e immediata anche la comunicazione vis-à-vis, con conseguenze utili e importanti, non solo sul piano scientifico ma anche umano.

Che il dialogo sia una forma di comunicazione particolarmente congeniale alla riflessione filosofica, non è certo un’idea nuova. Che siano Internet e il Web a ricordarcelo, però, forse è degno di nota.

Umanisti e scienziati

March 9th, 2008

Sto facendo un esperimento divertente, un corso telematico sui media telematici. Uno studente, in particolare, mi ha posto una questione che avevo appena sfiorato in un post precedente, e che forse vale la pena approfondire.

Sul perché solo una minima parte del Web, circa il 30%, sia navigabile.

La risposta è un po’ complessa, e dipende dalla topologia della rete. Il Web è una rete a invarianza di scala: vale a dire che è molto facile muoversi velocemente al suo interno, i suoi “gradi di separazione” sono 19, che significa che sono necessari 19 passaggi per muoversi da una parte all’altra.

Ma questo non vale per tutta la rete, perché il Web è anche una rete diretta. Ciò significa che i link vanno in un’unica direzione. Se la pagina A linka la pagina B, e la B linka la C, posso muovermi in direzione A –> B –>C ma non in quella opposta, cioe’ C–> B –> A. Quindi, se parto da B, non è detto che possa raggiungere A.

Una caratteristica di una rete a link diretti è il fatto di non essere omogenea. Il Web e’ suddiviso in 4 grandi continenti, ciascuno dei quali ha le sue regole di navigazione.

  • Il corpo centrale contiene tutti i siti più grandi (cioe’ con molte pagine e molti link). All’interno di esso è facile saltare da un sito all’altro.
  • I continenti IN e OUT hanno dimensioni comparabili al primo continente ma sono più difficili da navigare - da IN si può andare al corpo centrale, ma non viceversa. Mentre dal corpo centrale si può andare nel continente OUT, ma non viceversa.
  • L’ultimo continente è fatto di tentacoli e isole separati, gruppi di pagine non connessi a pagine del corpo centrale. Circa un quarto delle pagine web stanno nel quarto continente. Dove possiamo arrivare dipende da dove partiamo.

Un esempio di rete con link diretti è la rete delle citazioni scientifiche. Un articolo (o libro) ne cita altri, ritenuti rilevanti ai fini del proprio discorso. Gli articoli sono i nodi della rete, le citazioni corrispondono ai link. E’ intuitivo osservare che si tratta di una rete diretta. Nel mondo della stampa, è impossibile che il mio articolo, scritto oggi, sia citato dagli articoli che cita. Vale a dire che in questa rete, i continenti IN e OUT riflettono l’ordine cronologico di pubblicazione, e la componente centrale è piuttosto piccola. Un altro esempio di rete diretta è la rete alimentare: le specie sono connesse da link che ci dicono di quali specie si cibano altre specie, e assai di rado si tratta di link bidirezionali.

Non so se lo studente sia rimasto soddisfatto dalla risposta, ma c’è un corollario della sua domanda che mi ha spinto a riflettere sull’importanza di una seria formazione scientifica di base nel sistema scolastico e universitario italiano. Lo studente mi domandava in particolare come può una rete di comunicazione distribuita, una “tela senza il ragno, vale a dire autorganizzata” non permettere di visitare tutti i nodi. Confondeva, cioè, una questione morale e politica - la democraticità di un sistema - con un problema di teoria dei grafi - la topologia di una rete. Per il mio studente, un sistema auto-organizzato è necessariamente democratico, e deve per forza essere omogeneo.

In un bellissimo articolo apparso oggi sull’inserto culturale del Sole 24 Ore, Amartya Sen si interroga sul ruolo del ragionamento matematico nelle scienze sociali, e invita gli economisti a fare della matematica un uso fruttuoso, a valutare cioè criticamente il tipo di matematica da usare per ogni problema, tenendo in conto - Sen usa termini economici - non solo l’”offerta del matematico”, ma anche la “domanda dello scienziato sociale”. La realtà sociale e politica sfugge spesso ai modelli, lo raccontava assai bene Calvino per bocca del suo Palomar: “Il modello è per definizione quello in cui non c’è niente da cambiare, quello che funziona alla perfezione; mentre la realtà vediamo bene che non funziona e che si spappola da tutte le parti.” Per Calvino, al pari di Sen, non si tratta né di rinunciarvi, né di pretendere di costringere al suo interno la realtà. Si tratta invece, argomenta l’economista, di invitare gli scienziati sociali a fare uso del ragionamento matematico senza subirne i limiti, e i matematici a leggere anche dell’altro.

E tuttavia, Sen ci ricorda che conoscere i modelli serve. Serve, lo dice parafrasando Quintiliano, non solo perché fa comodo nella vita quotidiana, ma anche perché ha un importante ruolo formativo, allena la mente. E serve, infine, perché la matematica può essere divertente. Spero che lo diventi anche per i miei studenti. Perché uno scienziato politico deve sapere che la somma delle azioni di individui liberi, in un sistema autorganizzato, non è necessariamente sinonimo di equilibrio, giustizia ed equità.

ej n. 1 2008: Repubblica della scienza

February 27th, 2008

La République des Lettres / The Republic of Science / Die Gelehrtenrepublik

0. Un’introduzione

M. Fumaroli, L’Europe. République des Lettres et des Arts (16e-18e siècles), 2004, [conferenza]

1. Illuministi

I. Kant, L’architettonica della ragion pura, in Critica della ragion pura (originale tedesco: Die Architektonik der reinen Vernunft, in Kritik der reinen Vernunft), 1781-87 [capitolo di libro]

J.-A.-N. de Caritat, marchese di Condorcet,
Fragment sur L’Atlantide ou efforts combinés de l’espèce humaine pour le progrès des sciences
, [appendice a Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain]

2. L’età contemporanea

M. Weber, Wissenschaft als Beruf, (1917) [saggio]

V. Bush, Science: The Endless Frontier. A Report to the President, Washington, U.S. Government Printing Office, 1945 [report]

M. Polanyi, The Republic of Science: Its Political and Economic Theory, Minerva, Vol. I , pp. 54-74, 1962 [articolo]

3. La nuova Repubblica della Scienza

P. Greco, Il modello Venezia. La comunicazione nell’era post-accademica della scienza [introduzione ad atti di convegno]

J.C. Guédon, Open Access Archives: from scientific plutocracy to the republic of science, 2003 [articolo]

Progettare stanca

September 18th, 2007

uomo stanco, dorme in mezzo all'edera Negli ultimi anni, da quando ho finito il dottorato, ho scritto (da sola o con altri) diversi progetti di ricerca per il sostentamento mio e del gruppo di cui faccio parte. Scrivere progetti mi piace, ed è un momento importante dell’attività di ricerca (umanistica) anche in quanto aiuta a costruire percorsi di studio, singoli e collettivi. Ma è soprattutto una necessità, visto che è uno dei modi principali in cui viene finanziata la ricerca dei giovani in Italia.

Alcuni dei progetti che ho scritto sono stati finanziati, altri no. Facendo un calcolo breve, dal 2003 ho collaborato alla stesura di almeno 7 progetti. Di questi, 4 sono andati a buon fine, ma purtroppo non posso documentare tale attività, perché i “progetti di ricerca” non possono essere inseriti tra i titoli: anche quando vengono finanziati, se non sono presentati da singoli e nominali, l’autore non compare; inoltre, non vengono archiviati (e così conservati, discussi e valutati) pubblicamente, a maggior ragione non lo sono se vengono respinti.

Credo tuttavia che il delicato statuto dei progetti di ricerca, e in particolare la mancanza di pubblicità a cui sono sottoposti, sia oggi un grosso limite per la ricerca. Perché? Faccio un esempio: lo scorso agosto ho ricevuto la valutazione di un progetto ERC Starting Grant che è stato respinto. Avrei voluto rispondere pubblicamente ai referee anonimi in un post dedicato su questo blog, ma per costruire una risposta sarebbe stato necessario discutere il mio progetto, esponendolo per prima cosa alla lettura del pubblico, e non posso farlo perché i progetti di ricerca non sono pubblicazioni: chi li scrive non deve depositarli in nessun archivio, né può consultare quelli altrui. Se pubblicassi il mio progetto su questo blog, mi esporrei alla cannibalizzazione del sudato testo senza poter vedere dove va a finire - motivo per cui resterà nel mio hard disk. Tuttavia, quella idea e le molte altre che vengono esposte, argomentate, sviluppate nei progetti scritti dai ricercatori ogni anno, non potranno essere usate da nessun altro: un vero spreco, viste le risorse che le università e i centri di ricerca pubblici investono nella loro stesura.

La natura del libro (2)

August 20th, 2007

Vale la pena leggere Vino vecchio in otri nuovi. La letteratura scientifica nell’era dell’e-book di Giuseppe Regalzi. L’articolo (pubblicato nel 2002 e che di recente mi è stato gentilmente segnalato da Regalzi), ha al centro gli effetti che la transizione all’editoria (accademica) digitale produce nella ricerca in scienze umane. La natura del libro, si afferma nell’articolo, non sarà oggetto di una rivoluzione; e tuttavia, si produrranno importanti cambiamenti le cui conseguenze indirette porteranno a radicali trasformazioni nella comunicazione scientifica nelle scienze umane.

Il primo elemento in grado di modificare il sistema di comunicazione scientifica è costituito da due fatti: che “il costo marginale di un e-book distribuito in rete (cioè il costo che si sostiene per produrne una copia in più) è a tutti gli effetti pratici uguale a zero; e [che] copiare un file è tecnicamente alla portata di ciascuno”. Se l’accoppiata di questi due fattori preoccupa gli editori commerciali, incontra al contrario l’interesse dei ricercatori, il cui scopo principale non è massimizzare il profitto, bensì la diffusione dei propri testi. Nel nuovo sistema, dunque, l’architettura del mezzo e la vocazione dei ricercatori convergono e producono importanti sinergie. E’ il caso, ad esempio, del movimento open access, che rivendica la necessità di un sistema aperto di diffusione dei risultati - aperto ai ricercatori e soprattutto al pubblico dei lettori, il quale paga buona parte della ricerca (la quasi totalità di quella in scienze umane). Regalzi sottolinea acutamente che la sensibilità nei confronti del problema dell’accesso alla ricerca è maggiore laddove il sistema accademico si basa su una forte mobilità dei ricercatori e su criteri di valutazione aperti (pubblici e trasparenti); su elementi, cioè, che rendono vantaggiosa la disseminazione dei risultati e per cui è essenziale la pubblicità dell’informazione. E’ ad esempio il caso del mondo accademico anglosassone. La stessa sensibilità non si riscontra in Italia, dove il sistema di valutazione (valido in primis nel reclutamento e negli avanzamenti di carriera i cui meccanismi sono descritti altrove con chiarezza) non si basa su criteri omogenei, né pubblici (perlomeno nelle scienze umane).

Altri elementi di cambiamento derivano dalla natura del “contenitore”, vale a dire dal mezzo di comunicazione che si utilizza. Il libro troverà una sua destinazione, secondo Regalzi, nella forma digitale; tuttavia, la rete permette la creazione di strumenti la cui funzione è complementare a quella del libro, sia tradizionale, sia elettronico. Sul fatto che il libro non sia destinato a sparire, ho qualche dubbio. L’affermazione di McLuhan “il mezzo è il messaggio” non è uno slogan. L’architettura della rete e del Web stanno trasformando il messaggio, e credo fermamente che il passaggio dal testo all’ipertesto avrà importanti conseguenze sui formati della produzione scientifica del futuro. Ciò vale anche per altre pubblicazioni, ad esempio le riviste. La natura dell’ipertesto ha favorito la nascita di strumenti di creazione e di pubblicazione come i wiki e i blog che, presumibilmente, potranno sostituire le riviste scientifiche (e certamente saranno in grado di farlo i programmi del futuro). Il ricercatore del presente può essere l’editore di se stesso ed essere valutato, ex post, sia tramite il peer review tradizionale (da cosiddetti “overlay journal”), sia, ancora meglio, attraverso procedure di soft peer review.

Memex, la macchina progettata da Vannevar Bush

Sono dunque d’accordo con Regalzi quando afferma che la rivista tradizionale non è indispensabile alla comunicazione scientifica e che probabilmente sparirà. Non credo, tuttavia, che l’idea di una “pubblicazione strutturata (delle ipotesi) della ricerca”, che l’autore propone in conclusione del suo articolo, sia la soluzione al problema di avere sistemi più efficienti per reperire l’informazione e per renderla visibile, certamente non sulla rete. I limiti di un modello di pubblicazione strutturata sono stati discussi da Vannevar Bush, che ha anticipato l’invenzione del Web affermando che un sistema di catalogazione e di selezione (quindi anche: di ricerca dell’informazione) efficiente non dovesse basarsi su indicizzazioni (indipendentemente dalle categorie utilizzate), ma sulla libera associazione del pensiero. La stessa idea è stata espressa da Tim Berners-Lee, che ha affermato: “la conoscenza umana non è un albero, ma una ragnatela (Web)”. La possibilità di collegare (linkare) tutto a tutto, deriva da questo principio architettonico.

E’ certo invece, e anche su questo concordo con Regalzi, che il web possa semplificare, e in parte trasformare, molte attività che l’umanista svolge nel suo lavoro. Di alcune ho già parlato, di altre in futuri post, spero.

Mare greco

August 8th, 2007

Lefkada, agosto 2007

LOCKSS

July 30th, 2007

copiare aiuta a conservareLockss è un’ottima iniziativa, che si basa sul principio che segue:

…let us save what remains: not by vaults and locks which fence them from the public eye and use in consigning them to the waste of time, but by such a multiplication of copies, as shall place them beyond the reach of accident.

Thomas Jefferson

ej n. 0 2007: peer reviewing

July 28th, 2007

Coen L.B., An Academic’s Perspective: Social Software and New Opportunities for Peer Review, 2007, [Blog post]

Dall’Aglio P., Peer review and journal models, 2006, [articolo]

Di Donato F., Come si valuta la qualità nella Repubblica della Scienza? Una riflessione sul concetto di peer review, 2007, [articolo]

Dominy M., Bradley J-C, Bhatt J., Peer Review in the Google Age: Is technology changing the way science is done and evaluated?, 2006, [presentazione]

Hirschauer S., Die Innenwelt des Peer Review. Qualitätszuschreibung und informelle Wissenschaftskommunikation in Fachzeitschriften, [Rapporto]

Ryder M., Print vs. Online Scholarly Publishing: Notes and reflections on the peer review process, 1997, [nota]

Salo D., The Social Journal, 2006, [presentazione] http://mars.gmu.edu/dspace/handle/1920/1757

Taraborelli D., Soft peer review? Social software and distributed scientific evaluation, 2007, [Blog post]

Wedding

July 27th, 2007

Ho detto sì

edernet journal

July 20th, 2007

Ancora ederaedernet journal (ej) è un overlay journal: una rivista che seleziona fonti (articoli, ipertesti, post di blog, recensioni, video, bibliografie), che sono già state pubblicate sul web e che sono accessibili gratuitamente.

Come decido cosa selezionare?

Il primo criterio nello scegliere, è la qualità: le cose più interessanti e più stimolanti vengono prima.

Il secondo, che segue a ruota, è la reperibilità: parte del divertimento, in questo esperimento, è cercare di rintracciare “perle rare”, vale a dire contributi ben fatti e originali, e difficili da trovare.

Il terzo criterio è la lingua: a parità di 1 e 2, vince una lingua minoritaria sul web rispetto all’inglese, tra quelle che conosco (francese, tedesco, italiano, spagnolo).

Il quarto è se la letteratura che trovo è peer reviewed. Se un contributo supera i primi tre criteri, il quarto non è necessario.

Il web non è tutto navigabile allo stesso modo: ci sono zone di grande luce, quelle indicizzate nei grandi connettori tipo google; e aree buie, dove i motori di ricerca con arrivano ed è difficile capitare. Poiché è un grafo orientato, è stato dimostrato che alcune sue parti sono impossibili da raggiungere. In più, il web ha una storia fluida, perché viene continuamente modificato: si aggiungono pagine, altre spariscono o cambiano nei contenuti e nella grafica.

Nonostante questi limiti, tuttavia, il web contiene molti più strumenti di quelli che siamo abituati a usare, a partire dai motori di ricerca. Sui motori di ricerca, c’è ancora l’ottima guida di Fravia che suggerisce utilissimi trucchi… Inoltre, l’Internet Archive è un’enorme memoria che fotografa il web costantemente, in modo da restituirci anche ciò che è andato perduto.

ej usa questi strumenti, oltre al normale modo in cui si fa ricerca: si muove, tramite le citazioni e le bibliografie, da una fonte all’altra.

A tra poco, dunque, col primo numero!